S C R I T T O R S

Animaletti nervosi in lotta contro il Nulla.

Un blog di Marco Di Porto (egosurfing) - marco.diporto@gmail.com
venerdì, settembre 21, 2007

Heilà, come va?

Suppongo che nessuno passi qui da almeno un mese, però vi segnalo due cose: la prima è che giovedì 27 settembre presento il mio libro alla Feltrinelli di viale Libia (Roma). Complice, Nicola Lagioia. La seconda, è che ho scoperto che esiste una canzone geniale e antidepressiva: basta cliccare qui. Uau.

Update: nella "Bottega di Lettura" di Vibrisse è possibile leggere una splendida intervista fatta al sottoscritto da Federico Miozzi.

Update.2: al posto di Nicola Lagioia è intervenuto Carlo D'Amicis: che ha parlato del mio libro con grande competenza, bravissimo. Un grazie a tutt'e due.

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domenica, luglio 15, 2007

Lunedì 16 luglio, cioè domani, esce il mio libro Kaddish '95 e altre storie, per peQuod. Chi mi conosce, sa in che misura io abbia agognato questo momento, e immagina quanto io possa essere contento in questi giorni.
Kaddish '95 è un libro di racconti. Alcuni risalgono a tre o quattro anni fa; altri sono molto più recenti (credo di aver scritto il più recente, Sospiro, all'incirca un anno fa - c'ho una memoria che lèvete).
I pochi che mi hanno seguito su Scrittors (quasi tutti li conosco personalmente) si saranno resi conto di che diavolo di fatica facessi, inseguendo il sogno della pubblicazione. (Non il sogno di “fare letteratura”, eh; proprio di, prosaicamente, PUBBLICARE: di vedere il libro stampato, distribuito, recensito e, eventualmente, venduto. Arriva un momento in cui sei talmente esausto di tutta ‘sta storia dello scrivere che vorresti solo vedere il libro fatto e finito.) Credo che il sudore e la frustrazione siano traspirati dal monitor, in questi anni.

Anni in cui ho importunato decine e decine di operatori dell'editoria, dagli editori in persona ai giornalisti, dagli scrittori ai correttori di bozze ai titolari di agenzie agli amici degli amici... ho in testa scene apocalittiche di me con lo zaino colmo di manoscritti che mi aggiro per la Fiera di Torino come un tarantolato, sputando giudizi rancorosi su tutti, di me che distribuisco copie mezze sbertucciate di una raccolti di racconti intitolata Nervoso d’amor, di me che partecipo a centinaia di presentazioni e reading al solo svelato scopo di conoscere la gente giusta*, di me che vado a cene, convegni, dibattiti, corsi di scrittura, conferenze, happening, happy hours, proiezioni, videoinstallazioni, fiere e inaugurazioni e feste dell’Unità (tutto questo al solo svelato scopo di conoscere la gente giusta), con Giulietta paziente al mio fianco che segue e condivide e consola passo passo le mie frustrazioni, che si subisce le depressioni e gli sconforti e che poi alla fine mi accompagna ad Ancona a parlare, finalmente, con l’editore al quale i miei racconti seriamente non sono dispiaciuti, anzi: FACCIAMONE UN LIBRO, mi disse, l’editore di Ancona.

E così abbiamo fatto questo libro. A Nervoso d’amor sono stati aggiunti dei testi, ne sono stati sottratti altri, è stato fatto un lavoro concettuale, un taglia e cuci pensato, alla fine Nervoso d’amor è diventato Kaddish ’95 e altre storie. In copertina, come forse avete letto, c’è l’illustre “strillo” di Alessandro Piperno (che conobbi intervistandolo quando uscì il suo libro, a cui ho dato l’assillo in questi anni ma che – spero! – non si sarebbe speso con tanta generosità se avesse reputato i miei racconti orrendi.)

Ed è ben presente in me il ricordo di questi anni durissimi, durante i quali l’ossessione per la scrittura e il pubblicare è diventata a tratti davvero insostenibile, anni in cui gli unici pensieri che mi davano sollievo erano quelli rivolti alle parole positive spese nei confronti della mia scrittura dall'esperto in libri di turno – parole che sono state una vera e propria linfa alla quale ho attinto per non perdermi di morale, e che hanno significato per me moltissimo. Molte di queste parole mi venivano dette via email, io le stampavo e ci avevo tappezzato un’anta dell’armadio e io guardavo l’anta tappezzata di fogli A4 con sopra una frasetta di incoraggiamento e tenevo duro. Tutto ciò è ben presente in me, ed è per questo che per quanto possibile tenterò di non fare quello che se la tira, con gli esordienti che mi capiterà di conoscere.

E insomma, alla fine a fare questo libro ci sono riuscito. Ne sono felice. Credo sia un libro onesto. O almeno, ho fatto del mio meglio perchè lo fosse. Staremo a vedè che succede. Una info di servizio: il 20 luglio, sul Venerdì di Repubblica, Gian Paolo Serino mi dedica una recensione.

* Il mio spassionato consiglio a chi è in cerca di un editore è: conosci la gente giusta. Se la tua roba non vale una cicca, non vale una cicca comunque; ma se le cose che scrivi hanno un valore, sappi che un editore, in quanto essere umano, tende a farsi rimanere impresso, più che un anonimo manoscritto, il faccione speranzoso della persona che c’è dietro (e la faccia nota di chi l’ha introdotta, ovviamente); essere introdotti da qualcuno, ecco qual è il segreto per pubblicare (oltre a leggere moltissimo, e scrivere bene, e avere qualcosa da dire, e dirlo con forza e passione, e tentare di imitare il meno possibile i tuoi eroi letterari, e – ecco – arrivare dopo alcuni anni di studio e applicazione a diventare una personcina in grado di dialogare da pari a pari con chi lavora nell’editoria, in grado di non dire grosse ingenuità e anzi di saper articolare un discorso di senso compiuto su letteratura & vita & mondo eccetera, insomma: l’editore si accorge al volo, e ciò trapela subito anche dal manoscritto, se l’autore è un semianalfabeta oppure se è uno con una visione, un mondo e una sufficientemente solida preparazione alle spalle) (ciò vale per gli editori di qualità, ai quali si spera l’aspirante scrittore in questione punti: se punta a pubblicare un libro di barzellette, o pornografico, o solo e semplicemente furbo, io non lo chiamo aspirante scrittore ma uno che vuole concludere un affare.)

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venerdì, marzo 02, 2007

In Technicolor

Cabaret Bisanzio

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domenica, febbraio 18, 2007

Chissà

Sul Maleppeggio di questo mese c’è un mio pezzo.

Ieri ho passato mezzo pomeriggio a girare per negozi di biciclette.
Vorrei comprare una bicicletta. Solo che non so di che tipo. Innanzitutto: city bike o mountain bike? Perchè per la città ci sta bene la city; ma se ti prende lo sconfinfero di girare fuori pista per un parco pubblico? E se ti prende l’ardire di farti una domenica ai Castelli?
Sono problemi, sono.

In tutto ‘sto mezzo pomeriggio di ieri ho appreso parecchie cose. Innanzitutto, che le biciclette costano. Inizialmente pensavo di comprarla rubata, e infatti sono andato a Porta Portese a informarmi se ce l’avevano “movimentata”, “sgraffignata” (la parola esatta però è “movimentata”; se dici “sgraffignata” a un potenziale ricettatore, si insospettisce.)
L’ho chiesto a uno con l’aria gaglioffa.
“Ce l’hai una bici movimentata?”
“No.”
“Niente niente?”
“No.”
Allora mi sono informato sui prezzi delle bici non-movimentate. Dai 150 euro in su!
Cazzo! Io so’ povero, mannaggia il neoliberismo.
Col mio fido motorino sono corso via da Porta Portese, proverbiale luogo di truffe e perdizione, in cerca d’altri negozi. Li ho trovati. Apriti cielo! Dai 190 euro in su! Cazzo! Io so’ povero, mannaggia il neoliberismo.
Alla fine sono andato da Cisalfa a viale Marconi. Lì c’avevano una mountain bike dozzinale bianca e rossa però nuova a 89 euro. Cazzo! Mannaggia il neoliberismo, era il prezzo migliore che avessi mai visto. Però non l’ho comprata. Nonostante avessi i soldi. Forse non è che mi vada tanto, di comprarmi la bicicletta. Perchè faticare? Chissà.

Invece di comprare la mountain, sono entrato nel negozio accanto a Cisalfa, Oviesse. Mi sono diretto nel reparto dei vestiti per vecchi, accanto all’area “Signori grandi forme”. Per 19 euro e 90 cents ho portato a casa uno splendido paio di pantaloni, assai fighi, sì sì, però da vecchi, cioè pensati dagli stylist di Oviesse per gli anziani, ma che per qualche oscura ragione legata a dinamiche socioeconomiche assai complesse per essere spiegate e previste, dinamiche che se fossero prevedibili sarebbero esattamente una manna dal cielo per gli esperti di marketing e per gli stylist di tutto il globo, vabbè, insomma, ‘sti pantaloni pensati per i vecchi si sono rivelati molto belli per un ventottenne romano dai gusti diciamo casual ma anche di sinistra e quindi poco-avvezzo-ad-ostentare-i-brands e così li ho comprati.
Poi ieri sera li ho indossati. Mi calzavano a pennello.
In tutto questo, mentre tornavo a casa dall’Oviesse, mi è sorta spontanea una domanda. Ma secondo quale logica idiota: le biciclette per maschi hanno la canna insidiosamente e minacciosamente vicina ai “gioielli di famiglia”, mentre quelle per femmine, che sicuramente da quelle parti sono un po’ meno sensibili ed esposte, la canna parte dal sellino per parabolare, con irreprensibile ostinazione, decisamente all’ingiù, allontanandosi in un battibaleno dai momenti più intimi della pedalata?
Vi prego, rispondetemi.

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giovedì, gennaio 11, 2007

Sovrappensiero

Mi sveglio. E’ tardi. Faccio colazione con nervosa lentezza. Poche collaborazioni, poco da fare, troppo tempo per pensare. Mi doccio, mi vesto. Sovrappensiero. Esco. Butto la monnezza. Slego il motorino, accendo, parto, faccio benzina. Cinque euro: manco il pieno. Mi ricordo, quando con tremila lire...
Vado in redazione, parlo di lavori prossimi venturi. Esco di lì, raggiungo mia madre al lavoro e pranziamo insieme. Parliamo della situazione. In generale. Torno a casa. Poche collaborazioni, poco da fare, troppo tempo per pensare. Cazzeggio su internet. Cerco notizie “gustose e stuzzicanti” per un settimanale. Spornazzo un po’ in rete. Chatto. La foto su Msn è cambiata senza che io l’abbia cambiata. Un hacker? Qualche nemico online? Chi mi sbeffeggia, chi si prende gioco di me?
Chatto. Chiedo consiglio. Passano ore. Si avvicinano le otto. Ho il calcetto. Alle sette e mezzo esco e vado al campo. Cinque chilometri. Gioco. Tra la paura di un infarto e qualche scatto felino, la sfango anche stavolta. Fa freddo. Ho lasciato l’Mp3 acceso e quando, dopo la doccia, mi rimetto in sella, la batteria fa: bye bye. Sbadato e sovrappensiero, porca troia. Torno a casa nel relativo silenzio stradale. Qualcuno ha cucinato, c’è qualche avanzo. Faccio due hamburger. Bevo birra.
Televisione. Odio la televisione. Guardo la televisione. Mi ricordo che devo fare i piatti. Ciabatto in cucina. Mi accingo a fare i piatti. Afferro il sapone liquido per i piatti. E’ Dixan. Sull’etichetta c’è scritto: “Ai fiori di loto”, e poi, un po’ sopra, dentro un ovale di quelli “shocking” (quelli dove in genere c’è scritto “NEW!”, o “200 ml in regalo!”), è impresso a caratteri cubitali: “Con Aloe vera.”
Mi ha stupito. Ma a che cazzo servono fiori di loto e Aloe vera in un detersivo per i piatti? E’ stato l’unico momento della giornata in cui non sono stato sovrappensiero.

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martedì, gennaio 02, 2007

Lieto fine

Sono molto sollevato. Ero caduto nell'angoscia, ma ora mi sento molto meglio. In pratica era successo questo.

State bene a sentire quello che vi racconto. Oggi sono tornato alla Feltrinelli di Galleria Colonna/Alberto Sordi. Anche per verificare se avevano rimesso a posto il mio divanetto preferito. Bighellonando al piano terra, sono finito nell'angolo Einaudi, cioè nell'unico angolo dell'enorme piano terra in cui nella libreria Feltrinelli si vendono libri. Lì, fino a poco tempo fa c'era una poltroncina: l'unica di tutto il piano, nonché unico posto a sedere di tutta l'enorme libreria Feltrinelli insieme al famigerato divanetto del primo piano.

Ebbene, l'avevano tolta. Orrore. Tristezza. Raccapriccio. "Esecranda! Blasfemi!", ho iniziato a urlare dentro di me, imitando zio Paperone, "ma come si permettono!"

Poi sono corso a perdifiato al primo piano, per verificare se per caso, per una qualche oscura dinamica d'arredamento d'interni, il divanetto era tornato al suo posto. Quale ingenuità! Ovviamente il divanetto continuava a non esserci. Al suo posto, pile di bestsellers.

Mi è venuta voglia di urlare, di prendere a calci gli scaffali i commessi e i clienti di quello stupido megastore dove si vende l'anima pur di fare profitto, in un infiammato atto d'accusa contro il mondo contemporaneo che ha trasformato le librerie in supermarket della cultura, prono di fronte ai meccanismi pubblicitari e ai grafici di bilancio aziendale, alterando la percezione dell'oggetto libro, ormai ridotto a una grafica spaziale con fascetta annessa e basta. Ero arrabbiatissimo e depresso (mi deprimo facilmente, io). Col cuore in mano sono andato dalla commessa lì vicino e, timidamente, ma anche con grande fermezza e orgoglio, ho chiesto:

"Mi scusi, ma il divanetto?"

E lei:

"Come?"

"Sì, il divanetto che era lì. Fino a un mese fa c'era, e io mi ci sedevo, e spiluccavo i libri per poi - spesso -  comprarli. Era molto comodo. Che fino ha fatto?"

"Ah. Lo rimettiamo dopo le feste. L'abbiamo tolto solo per il casino che c'è durante le feste."

"Fiù", ho detto. "Questo mi rinfranca", le ho detto. E sorridendole soavemente, me ne sono tornato al piano terra, dove ho comprato Alice, uno dei pochi film di Woody Allen che non ho visto. Feltrinelli, ricorda: il giorno in cui nel tuo megastore non ci saranno più i divanetti per sfogliare un libro in santa pace, lo prenderò come un affronto personale e non comprerò mai più niente da te. Sei avvertito.

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domenica, dicembre 31, 2006

Sono paranoico, lo ammetto
 
E’ morto Saddam Hussein. Non entro nel merito, anche perché non ne capisco niente. Noto solo una cosa. Nei giorni immediatamente precedenti l’esecuzione, le notizie che battute dai tamburi dei media sono state principalmente due:
Saddam condannato a morte;
centinaia di iracheni si propongono come boia.
 
Cioè, se sentivi i Tg, ripetevano in continuazione: Saddam condannato, chissà se è giusto, ma comunque: centinaia di iracheni sarebbero contenti di fargli la pelle.
 
E grazie al caso, mi viene da dire: era una dittatura! A mio avviso il fatto che c. di i. avrebbero voluto scalciare lo sgabello da sotto i piedi dell’ex dittatore appeso per il collo non è una notizia. E’ un’ovvietà. Sarebbe come stupirsi che un fracco di italiani avrebbero voluto la pelle di Mussolini. Maddai? Si sa, i dittatori riescono particolarmente bene nel farsi odiare.
Ora, perché tutta quest’enfasi data alla notizia delle centinaia di iracheni potenziali boia? Secondo me è una notizia molto comoda, perfetta per giustificare la pena di morte a Saddam (“il popolo iracheno vuole così”). Anche se di rilevanza molto, ma molto, ma molto, ma molto minore.
Saddam è stato giustiziato, tra mille polemiche. Niente di meglio che inondare i media, fare leva sui sentimenti dell’opinione pubblica, con: centinaia di iracheni vorrebbero essere il boia di Saddam Hussein. Il popolo iracheno vuole così.
 
E’ una vicenda mediatica che ricorda grottescamente le immagini delle donne afghane che si tolgono il burka, finalmente libere dal giogo misogino degli ultrareligiosi. Fecero il giro del mondo dopo la presa di Kabul da parte degli americani. Dopo un po’ di tempo l’occidente ha scoperto che alle donne afghane non è cambiato un bel niente, dopo la presa di Kabul da parte degli americani.

Ci sono notizie estremamente utili a questa o a quella parte. Secondo me la non-notizia delle centinaia di iracheni che avrebbero voluto giustiziare Saddam è una di queste (e non è questione di teoria del complotto dei media contro gli ignari cittadini, chi ci crede?, il mondo è complesso; ma secondo me alcune note vengono diffuse magari con una certa enfasi da parte di fonti interessate a dare una certa impressione, e se la notizia è un po’ gustosa rimbalza ovunque, specie se la notizia è di interesse globale, e il pittoresco purtroppo sovrasta il piatto realismo di molti altri dati e fatti più interessanti.)
Ad ogni modo, condivido tutto di
quest’articolo di Eugenio Scalfari.

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giovedì, dicembre 21, 2006

E’ sparito il divanetto al primo piano della libreria Feltrinelli di Galleria Colonna, a Roma. Era praticamente l’unico divanetto disponibile in tutta la libreria (se si esclude una poltroncina al piano terra, vicina all’Angolo Einaudi.)
Quel divanetto si trovava nell’area dedicata alla Letteratura dagli illuminati direttori del Marketing di Feltrinelli. La libreria Feltrinelli di Galleria Colonna/Alberto Sordi è così strutturata:

Piano terra, best sellers + classici + dvd + musica + paccottiglia e regalume.
Primo piano (l’ambiente più piccolo della libreria: a occhio una quarantina di metri quadri), libri anche non best sellers o classici.
Secondo piano, musica e dvd.

In tempi di vacche grasse, e cioè quando avevo un lavoro vero e non ero così precario, da Feltrinelli andavo e compravo un sacco di libri. Ora: è vero che ultimamente non sono stato un consumatore modello. In effetti devo ammetterlo. Ultimamente entravo da Feltrinelli, e con fare disinvolto mi stravaccavo sul divanetto del primo piano, leggendo i libri che non potevo permettermi. Su quel divanetto mi sono sciroppato tutto Pugni, di quello scrittore là, giovane, come si chiama?, ah, Pietro Grossi, e poi ricordo di aver ri-letto un pezzo di Con le peggiori intenzioni, e poi anche buona parte dell’ultimo Pahalaniuk, nonché pezzi di Lunar Park di Ellis, nonché ho anche tentato, su quel divanetto là, costretto tra pile di libri e infastidito dal brusìo degli umani, di farmi piacere Kamikaze d’occidente di Tiziano Scarpa.

Su quel divanetto là, negli ultimi tempi, mi immergevo in S’è fatta ora di Antonio Pascale, che è un bel libro – come gli altri di questo autore, in genere, d’altronde. Avevo finito il primo capitolo. E proprio volevo vedere dove andava a parare, Pascale. Perché a me piace questo suo modo colloquiale di parlare con il lettore; mi piace il modo in cui rappresenta i tic e le insicurezze della gente comune. Mi ricorda la scrittura di Natalia Ginzuburg, la scrittura di Pascale, e io amo in modo direi piuttosto convinto i libri della Ginzburg.
Beh, avrei veramente voluto sapere dove va a parare S’è fatta ora, ma non ho potuto: perché oggi, una volta che la scala mobile mi ha depositato con la consueta dolcezza al primo piano, camminando verso il divanetto e sfilando al volo un S’è fatta ora dalla pila di S’è fatta ora, mi sono accorto che il divanetto non c’era più.

Rabbia.
Dolore.
Tristezza.
Ho fatto un vorticoso giro della stanza ma del divanetto manco l’ombra. Al suo posto, altri libri.
Ho pensato: “siamo sotto Natale, c’è molta gente e si vende tanto; l’avranno tolto solo per questo breve periodo di feste.”
Poi ho iniziato a leggermi S’è fatta ora in piedi in mezzo al corridoio. Ma dopo un po’ mi sono sentito a disagio, in più stavo scomodo, in più m’ero depresso per la storia del divanetto, così me ne sono andato.
Se entro il 10 gennaio non avranno restituito al popolo l’unico posto a sedere di tutta la libreria (all’estero le librerie sono zeppe di divanetti), giuro che agli eredi e agli azionisti di Giangiacomo non darò mai più una lira. Farò anche a pezzi la Carta Più (che tra l’altro, se vogliamo dirla tutta, è una gran presa per culo: ho calcolato che, anche nel caso di accumulo di 100 punti, cioè il massimo, in realtà il risparmio non supera il 10%. Tanto per dire, facendo la carta Mondadori si ottiene un risparmio del 10% subito.)
Si accettano scommesse.

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mercoledì, dicembre 06, 2006

Cari tutti, torno su queste pagine dopo svariati mesi. Torno per restarci, credo. Anche se mi sa che cambierà quella che per usare un neologismo aziendale chiamerò la mia mission: non parlerò solo di libri, ma di tutto, visto che i libri m'hanno stracciato i maroni e c'ho la nausea (oltretutto, sono alle prese con Guerra e pace e non credo avrò molto tempo da dedicare ad altre letture). Insomma, per dirla in altri termini trasformerò quello che era un blog a tema, in un blog omnibus: facendolo dunque diventare il solito diario stracciapalle. Evabbè.

Questo mio ritorno, che nessuno si aspettava e di cui a nessuno frega giustamente una cippa, è dovuto a una serie di ragioni. La prima è che, da quel dì in cui ho perso il lavoro (vedi due post sotto), sono stato e continuo a essere un precario; e questo è proprio uno di quei periodi neri da precario in cui non ho lavoro. Dunque, ho tempo da regalare.

Secondo, beh: è da un po' che volevo rimettere mano al blog, che per un periodo è stato anche carino e ben frequentato, e colgo l'occasione di mo' che sono ispirato. In ultimis: realizzerò un sito personale, a breve, soprattutto a scopo lavorativo, per, diciamo così, mettermi sulla vetrina web della domanda e dell'offerta di lavoro: per flessibilizzarmi al massimo: per darmi un tono, anche. Scrittors sarà il blog del sito. Capito?

Detto tutto ciò, vi auguro una buona serata (ma a chi?)

Marco

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martedì, marzo 28, 2006

E' uscita una raccolta di racconti: s'intitola Allupa allupa, è edita da Derive & Approdi, contiene 25 racconti, uno di essi è mio. Contiene anche 25 opere d'arte visiva (dicesi anche: quadri) di altrettanti artisti che si sono ispirati alla "Lupa", e più in generale a Roma, nel dipingerli.

L'ho letta e secondo me alcuni testi non sono male. Il 14 aprile si terrà una presentazione in una libreria di San Lorenzo, a Roma; altre ne seguiranno.

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